Storia del Giappone – La Genesi

A cura di MusashiMiyamoto

Il “Kojiki (cronache di antichi fatti) ” 古事記 è considerato il testo giapponese più antico, compilato nel 712 d.C. e presentato alla corte nello stesso anno, al quale seguì alcuni anni più tardi, nel 720, il “Nihon Shoki (cronache del Giappone) ” 日本書紀.
Il “Kojiki” riveste un’importanza particolare non solo per la sua antichità, ma soprattutto perché è considerato il libro sacro dello Shintoismo e, inoltre, perché costituisce una vasta fonte di informazioni riguardo le credenze antiche agli albori della civiltà giapponese. L’opera, divisa in tre tomi, ha inizio con la narrazione della creazione dell’universo, rappresentato come una sorta di materia primordiale, la quale in seguito a un improvviso congelamento si separa in due parti distinte: il cielo e la terra. Continua con il resoconto della creazione del Giappone (la cui data è tradizionalmente il 660 a.C.) e con i regni degli imperatori. Infine, nell’ultimo libro, narra dei fatti più propriamente storici o presunti tali. In ogni caso, la caratteristica principale è il gran numero di leggende, miti e fiabe che il testo riporta, e che possono aiutarci a comprendere meglio quale sia l’origine del carattere e della mentalità propria di questo popolo, almeno in parte.
Nella prefazione, in uno stile ostentato e con un uso eccessivo di retorica nelle parti relative agli elogi all’imperatore, scritta da “Ō-No-Yasumaro” 太安万侶, si fa, inoltre, riferimento al modo in cui l’opera è stata scritta, ovvero un giapponese in cui si utilizzavano i soli caratteri cinesi in differenti modi, visto che a quel tempo ancora non era stato inventato l’attuale sillabario; un sistema molto complesso ma, per quanto problematico, efficace.
Piuttosto, è importante il riferimento alle fonti sulle quali si basa il “Kojiki”. Difatti, pare esistessero alcuni documenti scritti prima della sua compilazione, tra i quali il “Teiki (cronache imperiali)” -帝記- e l’ “Honji (dettami fondamentali)” -本辞- , dei quali non è rimasta traccia, che vennero salvati dalle fiamme in un incendio provocato nel 645 d.C. dalla fazione perdente in una lotta per il potere. Questi testi vennero poi memorizzati dall’attendente di corte ( “Toneri” 舎人) “Hieda no Are” -稗田 阿礼- , per ordine dell’imperatore nel 681 d.C. . “Are”, che all’epoca aveva 28 anni, è ritenuto un personaggio dotato di una memoria prodigiosa, e conosciuto anche per il fervido dibattito accesosi riguardo il suo sesso. Alla fine si è arrivati a una conclusione, perlomeno la più ragionevole, che “Are” sia un uomo, basandosi sui documenti riportanti i nomi propri dell’epoca, in cui “Are” figura come nome prettamente maschile, la cui controparte femminile pare essere “Areme” ( il suffisso “-me” indica solitamente nomi femminili). In ogni caso, il punto non è stato ancora del tutto chiarito e vi sono altre teorie apprezzabili che danno una diversa interpretazione.
Comunque, al di là dei punti oscuri riguardanti la compilazione, il “Kojiki” è un’opera di un’importanza storica notevole, che venne anche esaltata durante la seconda guerra mondiale come ” l’incarnazione dello spirito giapponese”, e fu quindi considerata di stampo “mascolino”, virile, in contrapposizione ad altre opere di tipo femminile come il “Genji Monogatari (Il racconto di Genji)” 源氏物語, considerata la più alta forma di letteratura giapponese e scritta da una donna. Un aspetto negativo del “Kojiki” sta nella successione, spesso senza un filo logico, di storie, leggende e altri racconti; cioè, quindi, la mancanza di un’unità, cui si accompagnano spesso contraddizioni e prolissità.
In altre parole, un’immaginazione molto fertile, quella degli antichi giapponesi, ma decisamente priva dell’intensità che un’opera in prosa richiederebbe. Ciononostante i singoli avvenimenti sono di un interesse unico a cominciare dalla “Genesi”, ovvero dalla creazione mitica del Giappone con le sue divinità e le sue vicende, alla quale passiamo subito.
Qui di seguito un’immagine del “Kojiki” da un manoscritto di proprietà del tempio buddista “Shinpuku” 真福寺, considerato un tesoro nazionale. Non è il manoscritto originale, di cui non si sa nulla, ma una copia risalente al 1371 ad opera del monaco “Ken’yu” 賢瑜.

LA GENESI

In questa immagine una raffigurazione di "Izanagi" che ritrae la lancia

La storia s’incomincia, dopo la creazione del cielo e della terra di cui si è già scritto, con la nascita di tre divinità originarie, senza un precisa indicazione di come ciò sia avvenuto. Queste prendono posto nella cosiddetta “Takama no Hara” o “Takama ga hara” (Alta piana dei Cieli) 高天原. La terra al di sotto somiglia molto a un fluido che ricorda dell’ “olio galleggiante”, che si vede “fluttuare come una medusa”, come narra lo stesso “Kojiki”. I primi segni di vita in questo mondo amorfo sono”qualcosa di simile a getti di una canna”. Un’immagine, perciò, molto vivida e priva di quell’astrazione propria di altre opere più complesse.
Successivamente vengono create diverse divinità che prendono il nome di “dei celesti”, tra le quali le più importanti e principali protagoniste della creazione: “Izanagi (si legge Izanaghi) 伊邪那岐神”, la divinità maschile e “Izanami” 伊邪那美神, la divinità femminile, in una dicotomia la quale, al di là dell’ovvio simbolismo legato al concepimento e quindi alla creazione della vita, rivela la precisa connotazione dei sessi e nella successiva narrazione una rigida distinzione dei ruoli già evidente nel Giappone del tempo.
Dunque, le due divinità procreatrici ricevono l’ordine dalle tre divinità originarie di creare e solidificare il fluido amorfo; Izanagi raggiunge il “Ponte fluttuante del Cielo” 天の浮橋(Ame no Uki Hashi), e da lì immerge nel fluido una lancia gemmata, mescolando e rimestando l’acqua salmastra fin quando, ritratta la lancia, una goccia non ricade nel fluido e dopo essersi ingrandita si rapprende a formare un’isola chiamata “Onogoro” 淤能碁呂島(Onogorojima).

Quest’isola che non è identificabile con nessuna isola attualmente esistente, fungerà solo da palcoscenico per gli eventi successivi necessari al completamento della creazione. La necessità era di portare a termine il compito sulla terraferma. Izanagi e Izanami discendono su questa nuova terra e dopo essersi fermati per un attimo cominciano a guardarsi l’un l’altro; alla fine Izanagi stabilisce che ciò che è “in eccesso” sul suo corpo debba compensare ciò che “manca” ad Izanami. Un riferimento al rapporto sessuale visto in modo simbolico, come la narrazione successiva suggerirà, e che vede dapprima Izanami dall’alto di una colonna salutare Izanagi il quale corre intorno a essa visibilmente infastidito di trovarsi in una posizione d’inferiorità rispetto a una donna, soprattutto in riferimento al fatto che la “donna abbia parlato prima di lui” salutandolo; ciononostante continuano a perseguire il proprio compito di procreazione.Il primo risultato è una mignatta deforme, una sanguisuga, così repellente che i due decidono di metterla su una barca e farla portare via dalla corrente; il tentativo successivo è quello di creare un’isola, ma anche in questo caso il risultato è un vero e proprio aborto e viene scartato.
La coppia perciò consulta le tre divinità originarie, le quali stabiliscono che l’errore sta nel fatto che Izanami salutando abbia parlato per prima (così come lo stesso Izanagi aveva arguito), in questa allegoria che richiama, come già detto, la rigida distinzione dei ruoli. Perciò i due discendono nuovamente sulla terra invertendo i ruoli: Izanagi andrà sulla cima della colonna e da lì parlerà per primo salutando la consorte, la quale girerà intorno a essa. Questa volta il risultato è di tutt’altro tenore e ciò che viene alla luce è decisamente ben riuscito: il primo gruppo della progenie è costituito da otto isole fra le quali tre delle quattro isole principali dell’attuale Giappone – Honshu, Shikoku, Kyushu- seguito da un gruppo di sei di minore importanza.
Importante l’insistenza sul numero otto, sia quando si tratta di creazione di isole o di nascita di altri dei, in cui questo numero è una costante; probabilmente un numero sufficientemente grande e riconoscibile per definire la nascita di isole, divinità o altro in una certa quantità e dotato di una qualche valenza magica. In ogni caso, un’eccezione alla preferenza dei giapponesi per i numeri dispari, che caratterizza gran parte della loro cultura.
Con ciò si conclude la creazione delle terre, e la narrazione procede con la procreazione delle varie divinità del mare, del vento, delle montagne, della terra e di altri aspetti della natura. Durante questi avvenimenti Izanami muore dopo aver dato alla luce la divinità del fuoco, che nascendo le aveva bruciato l’organo genitale. Dal suo vomito, feci e urine, il tutto causato dagli effetti delle ustioni, verranno al mondo varie divinità, circa 35.
Izanagi furioso per la morte della consorte, decapita il proprio figlio, dio del fuoco. Il sangue di quest’ultimo rimasto sulla spada produce altre tre divinità e prima che il liquido perda il proprio effetto di procreazione ne vengono fuori altre cinque, ovvero il numero otto di già menzionato.
Dopo la morte di Izanami, il marito decide di recarsi nel paese di Yomi 黄泉, ovvero la terra dei morti, per ritrovare la propria amata, poiché era necessario portare a termine la creazione e assolvere il compito assegnato. Non appena giunge all’entrata della terra dei morti, Izanagi vede farsi incontro dall’oscurità Izanami, la quale gli impone di allontanarsi perché avendo mangiato il cibo di Yomi non potrà più tornare in vita. Quest’ultima decide anche di andare a pregare le divinità di permetterle di far ritorno alla terra ma, non vedendola riapparire, Izanagi decide di cercarla. Stacca un dente dal pettine che ornava i suoi capelli, ne fa una torcia e si inoltra nel regno di Yomi. Con orrore scopre il cadavere di Izanami contorcersi e ruggire divorato dai vermi e otto divinità del tuono su varie parti del suo corpo. Izanagi fugge atterrito da quella scena.
Izanami, umiliata, gli lancia contro le “Furie di Yomi” per catturarlo, ma Izanagi per distarre le Furie estrae la ghirlanda che porta in testa e la scaglia verso di loro; questa si trasforma in una vite selvatica che riesce a distrarre gli inseguitori. Ma non basta. Decide di prendere anche il suo pettine e scagliarlo: il pettine si trasforma in dei getti di bambù che avidamente le Furie raccolgono e divorano, permettendo a Izanagi di continuare la fuga. A questo punto sono gli ottanta dei del tuono che vengono lanciati all’inseguimento, ma Izanagi li fende con la sua spada, e poi lancia contro di loro delle pesche, riuscendo così ad allontanarli (la pesca simboleggia l’aiuto e la fortuna, difatti è spesso presente nei manga e in altre opere per le sue proprietà ritenute magiche, come scritto anche nel”Kojiki” ). Infine è la stessa Izanami a lanciarsi all’inseguimento, ma Izanagiriesce con un enorme masso ad ostruire l’entrata rinchiudendo per sempre all’interno la sua consorte, ormai furiosa e deforme. L’ultimo loro scambio di parole vede Izanami giurare che avrebbe ucciso mille persone ogni giorno per vendicarsi dell’umiliazione di essere stata definita un mostro e Izanagi ribatte che avrebbe fatto nascere 1500 persone ogni giorno, chiudendo qui la questione.
Lasciando la cava si reca presso un fiume dove si purifica (l’atto di purificazione è detto “Misog i-禊” ) della lordura e del sozzume (le impurità vengono chiamate”Kegare -穢れ” ) del regno di Yomi che aveva addosso; e lì ogni parte del suo corpo che viene a contatto con l’acqua si trasforma istantaneamente in una divinità.

Una raffigurazione di Amaterasu

Tre in particolare: Amaterasu -天照大御神-, nata dal lavacro dell’occhio sinistro, a cui assegna l’Alta Piana del Cielo (“Takama no Hara”), Tsukiyomi(o Tsukuyomi) -月讀命-, nata dal lavacro dell’occhio destro, a cui assegna il regno della notte, e Susanoo -建速須佐之男命-, nato dal lavacro del naso, a cui assegna l’oceano, e principale protagonista con Amaterasu delle vicende successive. Tsukiyomi scomparirà quasi immediatamente dalla narrazione, ed è presente solo per completezza e per definire un certo numero, in questo caso il tre (tre divinità). Amaterasu è considerata la principale divinità dello Shintoismo e oggetto di riti, culti e leggende.

Con questo si chiude la “Genesi” propriamente detta, con la nascita delle due divinità che daranno vita alla narrazione successiva, l’era degli dei, che porterà alla discesa sulla terra del primo imperatore giapponese, che fino alla seconda guerra mondiale era considerato un dio proprio in virtù di questo suo legame di sangue divino, come il “Kojiki” racconta.

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